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Governance aziendale: più spazio alla diversità

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Crescono le aziende quotate che introducono i professionisti dell’inclusione nei loro board: lo dicono i dati e i brand di alta moda 

La sostenibilità è sempre più un asset centrale nella governance aziendale. A dirlo sono i dati del quarto Osservatorio “Governance della sostenibilità – Rapporto 2020”, secondo cui l’87,5% delle aziende quotate Ftse-Mib ha un comitato interno dedicato alla Csr, e il 62% lega la remunerazione variabile agli aspetti Esg (ossia alla governance ambientale, sociale e aziendale). Il documento, che ha raccolto l’analisi di oltre novecento società europee quotate, premia inoltre l’Italia per il suo impegno verso la responsabilità d’impresa. 

Da Lvmh a Hugo Boss, fino ad Armani, Chanel, Valentino e Prada, è lunga infatti la lista di fashion brand italiani che hanno recentemente accolto un chief diversity officer nei propri board. Una figura che in futuro (non troppo remoto) si stima sarà tra le più ricercate del settore moda, e che contribuirà sia a colmare i gap aziendali in tema di inclusione, che ad abilitare nel lungo periodo un cambiamento culturale profondo.  

Numerosi poi gli studi che mostrano i vantaggi di un’organizzazione attenta all’inclusione, con un riferimento diretto al rendimento dei team. Tra queste ricerche emerge quella di McKinsey, secondo cui le aziende con oltre il 30% di donne otterrebbero risultati migliori. Appare inoltre fondamentale armonizzare le diversità dei dipendenti senza puntare al raggiungimento di uno standard, ma anzi andando a creare una sinergia tra le varie personalità e generazioni. La multinazionale britannica di prodotti per l’igiene Reckitt Hygiene, per esempio, crea team intergenerazionali e trans-funzionali proprio per tenere alta l’innovazione e la motivazione.